Come sarà temprato l’acciaio
Negli Stati Uniti si ricomincia a temprare acciaio. Un guizzo sviluppista le cui sorti per una volta non dipendono solo dalle scelte dell’onnipotente Ben Bernanke o del governatore della Federal Reserve che verrà dopo di lui, ma dalla robusta ripresa del settore automobilistico e da una parallela “rivoluzione” produttiva in corso nel mondo dell’energia. “Sono i benefici della rivoluzione dello shale gas”, scriveva ieri il Financial Times in un suo reportage dedicato alle conseguenze che sull’economia reale sta avendo l’estrazione di metano intrappolato in formazioni rocciose attraverso l’iniezione di acqua ad altissima pressione e a grande profondità per sgretolare le pietre che lo intrappolano.

Negli Stati Uniti si ricomincia a temprare acciaio. Un guizzo sviluppista le cui sorti per una volta non dipendono solo dalle scelte dell’onnipotente Ben Bernanke o del governatore della Federal Reserve che verrà dopo di lui, ma dalla robusta ripresa del settore automobilistico e da una parallela “rivoluzione” produttiva in corso nel mondo dell’energia. “Sono i benefici della rivoluzione dello shale gas”, scriveva ieri il Financial Times in un suo reportage dedicato alle conseguenze che sull’economia reale sta avendo l’estrazione di metano intrappolato in formazioni rocciose attraverso l’iniezione di acqua ad altissima pressione e a grande profondità per sgretolare le pietre che lo intrappolano. Viste di notte dallo spazio, addirittura, le argille (da cui il termine “shale”) di Bakken, in North Dakota, brillano ormai quanto la città di Chicago. E’ l’effetto delle fiamme sempre accese sulla sommità delle torri per l’estrazione. Tante fiamme, sempre più numerose negli ultimi anni. E sotto di loro ci sono decine di macchinari, motori e tubi, tutti d’acciaio, a lavorare piuttosto febbrilmente per arrivare quanto più in profondità ed estrarre la preziosa energia. Risultato: ora perfino nello stato dell’Ohio, centro storico di produzione del ferro che nel 1802 festeggiò allo stesso tempo l’ammissione nell’Unione e l’apertura del primo altoforno, si assiste alla rinascita di impianti metallurgici che erano stati resi obsoleti da una recessione improvvisa o addirittura abbandonati.
La crisi iniziata nel 2008 a Wall Street non è stata una passeggiata nemmeno per i produttori d’acciaio, s’intenda: ancora quest’anno il prezzo dei rotoli d’acciaio laminato è sceso dell’8 per cento, secondo il Wall Street Journal, a 590 dollari a tonnellata. I produttori si sono ingegnati, e spesso hanno dovuto chiudere i battenti, nella rincorsa continua per offrire prezzi più convenienti a fronte di una domanda non ancora tornata ai livelli pre crisi e per sfidare una concorrenza straniera piuttosto agguerrita. Nel frattempo però c’era un altro prezzo che sarebbe stato utile monitorare, soprattutto per gli analisti che troppo in fretta erano tornati a preconizzare la fine dell’America manifatturiera (se non degli Stati Uniti tout court). Il prezzo del gas naturale, infatti, è cresciuto da 2 dollari per mille piedi cubici nel 1995 fino a 8 dollari nel 2005, prima però di dimezzarsi nuovamente a 4 dollari 2010 e infine a meno di 3 dollari nel 2012, mentre si smaltivano i postumi della sbornia finanziaria. Merito soprattutto dello sviluppo dello “shale gas”, la cui produzione oggi impiega 1,7 milioni di americani che nel 2020 diventeranno – secondo i calcoli dell’esperto Daniel Yergin – quattro milioni. “Il nuovo Prometeo”, “il nuovo boom dell’economia americana”, “la riscossa”, “la bonanza”, questi sono soltanto alcuni dei titoli dedicati dalla pubblicistica anglosassone all’ultima svolta nell’industria energetica. Svolta ormai sviscerata anche sulla stampa mainstream, che ora sta trascinando con sé un “indotto” di dimensioni significative. L’acciaio, appunto. In Ohio, scriveva sempre ieri il Financial Times, arrivano ora imprese da tutto il mondo e dalla stessa Europa dove gli altiforni vanno a singhiozzo (dall’Ilva ad ArcelorMittal): la francese Vallourec, l’austriaca Benteler, la turca Borusan Mannesmann e la cinese Tianjin Pipe.
John Ferriola, ceo di Nucor, il più grande produttore d’acciaio statunitense quotato in Borsa, parla di prospettive “eccitanti”: la rivoluzione dello shale gas “creerà il bisogno di più acciaio per i tubi che occorrono a portare il gas al consumatore. Inoltre consentirà alla manifattura di tornare negli Stati Uniti, fornendo una domanda maggiore per i nostri prodotti”. Per Robert Bradley Jr., columnist della rivista Forbes, è lo “shale gas” ad “aver soccorso Barack Obama”, più che i dollari stampati pur in grandi quantità dalla Fed. Un eccesso? Forse. Fatto sta che le acciaierie americane si rinvigoriscono anche grazie alla resurrezione del comparto automobilistico e di Detroit in particolare. Quest’anno negli Stati Uniti si produrranno 16,1 milioni di veicoli, un livello che non si vedeva dal 2002.
Al punto che ora anche Tyler Cowen, economista della George Mason University e autore nel 2011 del bestseller “The Great Stagnation”, studiando gli effetti di intelligenza artificiale, educazione online e produzione domestica d’energia sull’economia reale, si è ricreduto sul futuro del suo paese: “E’ meglio di come sembrava”, ha detto la scorsa settimana al New York Times. Così ora Cowen sta ultimando il suo prossimo libro: “‘Average is over’: Spingere l’America oltre l’età della grande stagnazione”.
Al punto che ora anche Tyler Cowen, economista della George Mason University e autore nel 2011 del bestseller “The Great Stagnation”, studiando gli effetti di intelligenza artificiale, educazione online e produzione domestica d’energia sull’economia reale, si è ricreduto sul futuro del suo paese: “E’ meglio di come sembrava”, ha detto la scorsa settimana al New York Times. Così ora Cowen sta ultimando il suo prossimo libro: “‘Average is over’: Spingere l’America oltre l’età della grande stagnazione”.